LETTERATURE COMPARATE LINGUISTICA
E LETTERATURA
AFASIA E LINGUISTICA COMPARATA
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Nell'insegnamento
di Letterature Moderne Comparate Linguistica e Letteratura comparata - Anno 2009 di Massimo Marongiu Copyright M.
Marongiu |
AFASIA E LINGUISTICA COMPARATA
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A |
- L’afasia è un problema eminentemente medico ma anche un interessante campo d’indagine linguistico |
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A |
- Premesse fisiche e fisiologiche |
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A.1 |
- Pregiudizi e approci funzionali alla Fisiologia |
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A.2 |
- Fonematica e Fonetica |
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A.1.3 |
- Fonetica comparata |
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B |
- Linguistica e Afasia |
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B.1 |
- L’asse della selezione e l’asse della contiguità |
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C |
- L’afasia e l’asse della contiguità |
A – L’AFASIA E’ UN PROBLEMA EMINENTEMENTE MEDICO MA
ANCHE UN INTERESSANTE CAMPO D’INDAGINE LINGUISITCO
L’afasia
è un disturbo che interessa le aree cerebrali e/o fonatorie ed impediscono in
tutto o in parte l’emissione di messaggi verbali. Le classificazioni mediche
principali sono: primaria o secondaria, a seconda che si tratti
di un fenomeno che si manifesti si dalla nascita o in un soggetto già parlante (afasia di ritorno); emissiva
o ricettiva in relazione all’incapacità di emettere o ricevere messaggi.
Tutto ciò non è che una parte della descrizione del fenomeno a fini
eminentemente clinici, ma lascia aperto allo psichiatra, al neurologo e noi
diciamo soprattutto al linguista, svariate possibilità d’indagine, all’interno
del quale creare strumenti utili, almeno ai fini di una classificazione che sia
di sostegno alle indagini diagnostiche e somatiche.
A.1.1 – PREGIUDIZI E APPROCI FUNZIONALI ALLA FISIOLOGIA
E’ da
più parti accennato che la “capacità linguistica sia connessa al dominio
cerebrale e nella stragrande maggioranza dei casi possa riferirsi all’emisfero
(cerebrale) sinistro”. Vi è comunque un certo scetticismo sugli studi in
materia dato che “gran parte dell’informazione disponibile riguardo alla
realizzazione fisica delle strutture astratte del linguaggio deriva da indagini
sull’afasia e sui deficit linguistici – una sorta di esperimenti della natura
stessa che non possono portare certo a determinazioni definitive”.[1]
Si potrebbe sostenere che ben pochi passi in avanti siano stati fatti
da quando i disturbi del linguaggio erano etichettati come pazzia, follia,
demenza, idiozia. Si tratta di una nebulosa dove deficit individuali
s’incrociano con archetipi collettivi e viceversa. Ricordiamo Erasmo da
Rotterdam[2]
che sostiene che in ognuno di noi c’è un non so che di folle: “Tutti – quando
un uomo vede una zucca afferma che è una donna, dicono che è un folle – anche
se questo capita a pochissimi. Ma quando uno giura e spergiura che sua moglie è
una nuova Penelope e si congratula con sé stesso, nessuno pensa di chiamarlo
folle”. – C’è una sorta di esclusione-accettazione che prevede vari stadi di
approvazione a seconda che il parlante si avvicini più o meno a quelle che sono
le basi di una sorta d’inconscio collettivo o di cultura corrente ramificata e
condivisa. A certi livelli lo scarto fa scattare la disapprovazione collettiva
e allora il parlante diventa “folle”, da eliminare dal consesso sociale e
neanche degno dello studio e delle cure della “scienza”.
Anche nella vicina
pratica psicanalitica, fenomeni afasici nel linguaggio, nella scrittura, nel
sogno, in quanto necessari di un ipotetico contesto o “sfondo” per essere
integrati nella dottrina, vengono espunti dalla teoria e dalla cura della
nevrosi e relegati sotto il nome di “determinativi”, i quali potrebbero tutt’al
più “rendere possibile la comprensione di altri elementi”.[3]
A noi sembra veramente
molto poco anche se da alcuni campi affatto diversi giungono imput
confortanti. Nella Critica Letteraria contemporanea con un’angolazione
psicanalitica, tra tutti il Curi ricorda che “Spiegare l’arte con ciò che non è
arte è compiere una operazione solo preliminare, quindi imperfetta, e
tuttavia necessaria…”[4].
Allora perché non tentare
di spiegare l’afasia con l’afasia?
Questa necessità che noi
consideriamo nella sua accezione formale, ovvero d’indagare quello che non è
arte, segno, linguaggio, ovvero alcuni disturbi naturali di quest’ultimo, è
riconosciuta e auspicata a diversi livelli aldilà delle difficoltà obiettive.
D’altronde la
psichiatria, parallelamente alle altre scienze positive, ha gettato alcuni
punti fermi sul problema dell’afasia.[5]
“Il medico parigino Pierre-Paul Broca annunciò le sue scoperte… nel 1861. Il
paziente afasico, noto nella letteratura come “Tan”, perchè /tan/ era l’unico
sintagma che riusciva a pronunciare, aveva sofferto di un ictus all’emisfero
cerebrale sinistro. Dopo la morte di “Tan”, Broca fece l’autopsia e scoprì una
lesione in prossimità dell’area facciale della corteccia motoria, la regione
che oggi porta il suo nome”.
L’area di Broca dovrebbe
corrispondere alla corteccia cerebrale al disotto della tempia sinistra, mentre
I disturbi fisici degli apparati fonatori sono contigui in una posizione al di
sopra dell’orecchio sinistro.
Chi soffre di afasia
dell’area di Broca usa un vocabolario ridotto e uno stile telegrafico: “…ehm
…Pasqua… vacanza, come …mangiato agnello… molte luci…gente… bello…-[6]
Se il disturbo è invece localizzato
nell’area lobo-temporale chiamata area di Werniche (dal neurologo tedesco Carl
Werniche) il discorso dell’afasico è fluente ma privo di senso, quasi come non
di interconnessioni mancanti si tratti, ma della mancanza del “programma”
linguistico: se si potesse utilizzare la metafora cibernetica del “software”.
E’ stata inoltre
catalogata l’afasia anomica o anonima che interessa il lobo
tempo-parietale, ovvero dalla tempio verso la nuca, che ha per caratteristica
particolare del paziente il fatto che non ricorda le parole, ma se viene
opportunamente “imbeccato” con l’inizio delle frasi, è in grado di completarle.
Si tratta di un tipo di afasia di Boca, ma più grave, in quanto la parte della
corteccia lesionata è più estesa.
E’ quindi corretto quanto
all’inizio del paragrafo è stato riportato in tema di scetticismo sugli studi
fisiologici, (cfr. n°1), ma solo in parte, in quanto la neuropsichiatria non
solo ha associato diversi disturbi a diverse aree corticocerebrali, ma ha anche
classificato minuziosamente il tipo di afasia relativa nel caso di lesioni o minus
localizzati.
1) - Area lobo
frontale – Disturbo di Werniche – mancanza del programma del linguaggio.
2) - Area
temporale – Disturbo di Boca – mancanza di connessioni, stile faticoso e
telegrafico.
3) - Area
temporale-parietale – afasia anomica o anonima – incapacità di connettere
oggetti o sensazioni alla parola, a meno
che non ci siano precisi stimoli esterni.
4) - Area
parietale inferiore – Disturbi nella fonazione e nell’articolazione.
5) - Fenomeni
afasici genericamente classificati “come” agrammaticismi in base soprattutto
all’osservazione dei fenomeni.
Questa
indagine ci è servita a modo di elencazione discreta, per una distinzione più o
meno differenziale di ciò che abbiamo indagato finora e quanto andremo a
specificare sul fenomeno afasico nel prossimo paragrafo, in riferimento alle
scienze linguistiche.
A.1.2 – FONEMATICA E FONETICA
La
differenza che esiste tra fonematica e fonetica ci fa ricordare in prima
istanza che “la parola stessa – differenza – implica dei gradi”[7].
Nonostante tale mancanza/presenza di una soluzione di continuità, si può con
una approssimazione largamente accettata dire che se la fonematica tiene conto
soprattutto della successione temporale, ovvero della diacronicità, la fonetica
mira a dare un’immagine senza temporalità, sincronica, del proprio oggetto.
Per
il seguito, pur tenendo conto di tale “distinzione di campo” essenziale,
dichiariamo sin d’ora che la nostra indagine terrà indistinte le posizioni tanto
da non poter parlare di una scienza o dell’altra in senso proprio.
Dalle
indagini sulla lingua indoeuropea e sulle sue varianti, impostate sulla ricerca
di radici e suffissi che fin dai principi del secolo hanno tracciato
storicamente le linee per lo studio delle lingue, agli studi della scuola di
Vienna, Praga e Cambridge (Mass.) che della fonetica e del fonema come tratto
distintivo di un “acte de parole” in una prospettiva tendente in buona parte ad
una visione sintagmatica della lingua, sono passati circa 150 anni e a questi
ultimi studi facciamo esplicito riferimento.[8]
A.1.3. – FONETICA COMPARATA
Ai
nostri fini ci riferiamo in particolare alla teoria dei tratti distintivi
elaborata da Jakobson[9].
In
un saggio fondamentale per la sua teoria specifica che in “qualsiasi lingua”
sono isolabili un numero limitato di fenomeni, che per opposizione e non
divisibilità, formano una sorta di “inventario generale” del linguaggio umano
“di validità universale”.
I
termini delle dodici opposizioni binarie sono:
·
vocalic/non vocalic
·
consonantial/non consonantial
·
compact/diffuse
·
tense/lax
·
voiced/voiceless
·
nasal/oral
·
discontinuous/continuant
·
strident/mellow
·
checked/acute
·
grave/acute
·
flat/plain
·
sharp/plain [10]
Tutte
le lingue mettono insieme i propri fenomeni, attingendo da questo patrimonio
generale inventariato. Le opposizioni sono divisibili in due gruppi: i primi
nove tratti sono di sonorità, gli ultimi tre di tonalità.
Naturalmente
le tradizionali suddivisioni in qualità acustiche e articolatorie sono
perfettamente sovrapponibili, gettando un ponte tra novità e tradizionalismo.
Un
elenco così compattato è fornito da Lepschy e mantiene naturalmente il suo
valore di universalità.[11]
Per
amor di chiarezza, abbiamo tracciato la griglia della utilizzazione
dell’inventario generale per l’italiano, l’inglese, il francese e lo spagnolo e
le abbiamo inserite nelle pagine seguenti.[12]
Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

Fig. 4

Mettendo a punto tali griglie,
abbiamo tracciato una serie di caratteri fonetici distintivi, differenti per
ogni lingua ma riferentesi ad un unico “inventario”. Quest’ultimo, applicato ai
diversi linguaggi offrendo configurazioni distinte, scarti, salti e
similitudini, la cui comparazione, aldilà di semplici empirismi
impressionistici, può in primo luogo, dare un’immagine sintetica di una lingua
e in sovrapposizione, una distinzione, certo imprecisa, in quanto non son prese
in considerazione le quantità di ogni singolo fonema nelle singole lingue,
delle qualità e peculiarità dei singoli oggetti linguistici fonte e finalità di
studio.
Se ne possono trarre immediatamente
alcune conclusioni elementari, che son tuttavia sufficienti a quanto si
prefigge il nostro studio. Facciamo qualche esempio; è facile notare l’equilibrio
ai diversi livelli dell’italiano, quella che empiricamente viene riconosciuta
come vocalità o cantabilità. Rifacendosi alla nostra griglia è una denotazione
di mancanza di forti asperità consonantiche, distinguibile precisamente a
livello fonetico. (fig. 1)
Per il francese si possono fare le
stesse considerazioni ma notando un maggior numero di consonanti,
contraddistinte soprattutto da tratti leni, ovvero una ricchezza fonetica del
numero delle consonanti che si potrebbe però chiamare, per denotazione, “dolci”
– (fig. 2).
Nello spagnolo la mancanza di /è/
ed /ò/, rende l’emissione afona, ancorché la parlata risulti, con un accorto
uso delle altre vocalità disponibili, discretamente diffusa e priva di asperità
vocaliche e consonantiche. (fig. 3)
L’inglese per le sue particolari
radici storiche, ha un bagaglio di fonemi consonantici piuttosto duro da un
punto di vista fonetico, anche se la parlata nel suo complesso, che ricordiamo,
tralascia del tutto l’ortografia, attenua molto la asperità dello scritto.
(fig. 4)
Le griglie che abbiamo tracciato,
parte dell’inventario generale di tutte le lingue, offrono occasione anche per
un’altra riflessione di carattere generale. Il discorso si sposta in questo
caso a livello più propriamente fonologico, in quanto “cattura” dal materiale
prodotto quei fonemi, la cui produzione fisica abbia somiglianze o disparità, e
in particolare quelle che potremmo definire le opposizioni “ottime”. Queste
sono, per le vocali /a/ in opposizione a /i/, per le consonanti /c/ o /k/ in
opposizione a /p/ e /t/.
Tali notazioni che sembrerebbero
astratte asserzioni descrittive attinenti il solo campo fonetico, sono invece
un importantissimo punto di contatto con altre scienze non linguistiche, in
quanto è stato osservato che la produzione sonora dei su esposti fonemi in
opposizione ottima, è un campo molto particolare dell’articolazione, in quanto
trattasi delle prime “acquisizioni” vocali del parlante e rappresentano pure le
prime “perdite” in svariati fenomeni di afasia.
Non stiamo passando da una scienza
ad un’altra o peggio, andando a perdere la specificità di ogni campo
d’indagine. L’inventario generale fonetico non è che il repertorio fonologico
delle lingue ed è possibile in questa prospettiva, senza scarti, salti e
invasioni di campo, attendere ad una sommatoria dei risultati resi possibili da
ogni specifica scienza.
Fatte queste precisazioni, tentiamo
di dare una configurazione grafica alle opposizioni “ottime” che ha un valore
fonetico, comparativo o fonologico. (fig. 5)
Fig. 5

Per
le premesse fatte vogliamo specificare ulteriormente che questa immagine
fonetico/grafica, combacia con quella articolatoria/fonologica. E’ inoltre un
momento della ricerca che può essere molto utile in campi differenti, come
quello medico, logoterapico etc., offrendo non certo una diagnosi od una cura
dei disturbi del linguaggio, ma la fotografia di ciò che si può osservare
nel’infinitesimamente piccolo, nel non divisibile ulteriormente: il fonema.
Il
confronto delle “opposizioni ottime” su esposte, con le posizioni di formazione
della colonna sonora nelle corde vocali e negli altri apparati fonatori “di
rimbalzo”, può offrirci ulteriori spunti di riflessione. (fig. 6)

Questa
figura, utilizzata dai normali studiosi della lingua italiana, da un punto di
vista dell’articolazione fonatoria, è utilissima per descrivere come la colonna
sonora viene emessa e si riflette nell’apparato acustico/vocalico. Ai nostri
fini, senza disattendere quanto su esposto sulle “opposizioni ottime”,
sottolineiamo che gli estremi
delle modulazioni hertziane (/i/ e
/u/), sono gli ultimi suoni ad essere acquisiti e i primi ad essere perduti in
innumerevoli casi di afasia. Se si potesse fare un parallelo certo riduttivo,
potremmo dire che è come se da uno strumento ad una sola nota (/a/), si
passasse ad un’orchestra, e viceversa.
In ultima analisi, si potrebbe
concludere che ad un impoverimento delle possibilità offerte dai tratti
distintivi fonetici, corrisponde nella modulazione della colonna sonora un
parallelo depauperamento che si esplica in una emissione distorta e/o limitata,
misurabile meccanicamente, a livello di “hertz”, della fonazione in sé stessa.
Riassumendo quanto si è esposto fino
a questo punto, si sottolinea che facendo salve le peculiarità di ogni singola
disciplina, principalmente Fonetica, Fonologia e Acustica, con l’obiettivo di
una indagine approfondita dei fenomeni afasici, il repertorio generale
fonetico, il susseguirsi delle acquisizioni e delle perdite fonologiche, alcune
particolarità dei fenomeni acustici portano informazioni in un’unica direzione
che abbiamo volutamente privilegiare: i fenomeni afasici hanno manifestazioni
simili in tutte le lingue e la nostra tesi, che svilupperemo in seguito, è che
l’afasia ha a che fare, eminentemente, con quello che in linguistica si chiama
“asse della metonimia”.
B.1 –
L’ASSE DELLA SELEZIONE E L’ASSE DELLA CONTIGUITA’
Gli studi dei linguisti sull’asse
della selezione e l’asse della contiguità[13],
già anticipati da Soussure[14],
con la collaborazione di psichiatri[15]
e altri linguisti, hanno prodotto innumerevoli ipotesi e aperto nuovi campi di
ricerca non ancora esplorati.
Le posizioni Soussuriane sull’asse
della selezione come fenomeno “in absentia” e interessante solo il codice, e
l’asse della contiguità come fenomeno “in praesentia” interessante solo il
messaggio, sono state criticate e via via superate dalla ricerca più accorta.
Roman Jacobson critica la posizione
di Soussurre che “è soggiaciuto al concetto tradizionale del carattere lineare
del linguaggio, che esclude la possibilità di pronunciare due elementi alla
volta”[16].
Facendo leva sulla matematica
analitica formale[17]
e su gli studi strutturalistici interessanti la letteratura[18],
specifica che ci sono due “interpretanti” interessanti il segno, uno
interessante il codice, l’altro interessante il contesto codificato o libero.
In altre parole ove venga interessato il contesto, l’asse della contiguità.
Essendo l’asse della selezione quello che privilegia le forme metaforiche e
quello della contiguità le forme sinnedottiche e metonimiche, si potrebbe
parlare di due tipi intersecatesi di sottolinguaggi o metalinguaggi e quindi
disquisendo dei disturbi del linguaggio, di due tipi di afasia: una metaforica
(selezione) e un’altra metonimica (contiguità)[19].
Nell’afasia ove c’è un disturbo
della similarità è importantissimo il codice e il contesto, viene infatti
fratturata la capacità metalinguistica e utilizzata la metonimia, per
denominare persone o cose che altrimenti non potrebbero essere denominati.
Il disturbo della contiguità porta
ad un evidente agrammaticismo che in ultima analisi può portare al silenzio più
totale. (questo a livello fonetico, morfematico, a livello di frase e di
discorso). Le perdite progressive per quanto abbiamo esposto sopra, sono
inverse alle acquisizioni infantili. Resta comunque da sottolineare che nei due
tipi di afasia, almeno a livello teorico è la capacità metonimica a venir a
mancare, al contrario di quanto comunemente si ritiene in materia.
C - AFASIA E
L’ASSE DELLA CONTIGUITA’
Ponendo in primaria luce i disturbi afasici,
teniamo presente quanto affermato da Umberto Eco in ordine alla metonimia[20].
Innanzi tutto riprendiamo la definizione di
“semema”, ovvero che “è il luogo della manifestazione e dell’incontro di “semi”
che provengono da categorie e sistemi semici diversi e che intrattengono tra
loro relazioni gerarchiche e cioè ipotattiche”[21].
Più semplicemente un “segno” è collegato in
parallelo con altri segni e gerarchicamente con referenti e significanti
plurimi.
Nella metafora la connessione di due “semi”
uguali in diversi sememi è la condizione necessaria per generare una metafora, che
come ultimo risultato ha la sostituzione di un semema con un altro semema.
La metonimia è caratterizzata dallo scambio
di una semema non con un altro semema, ma con un seme e viceversa.
Semplificando, nella metafora si attua una
sostituzione totale del concetto referenziale, del significante e del
significato. Nella metonimia è uno dei segni possibili di norma gerarchicamente
inferiore che, nell’universo della significazione, si scambia col “segno”
originale o derivato. Ne deriva che la metafora necessitando di un solo seme in
comune tra i due elementi di partenza e di arrivo, produce uno scarto e
un’impressione sul destinatario, che può essere anche molto incisiva. La
metonimia pur raggiungendo effetti simili di grado a quelli della metafora, ha
una logica interna come codice e una produzione che segue percorsi più rigidi,
ma che al tempo stesso ne semplifica l’invenzione e la comprensione.
Quanto siamo andati ad esporre ha
un’interfaccia anche in idioletti più vicini alla comprensione e all’uso di tutti
i giorni: da un semplice vocabolario[22]
METAFORA |
|
METONIMIA |
|
(trasferimento) |
I |
(scambio di nome) |
|
Sostituzione di un termine proprio con uno figurato ad una trasposizione simbolica di immagini. |
I I I I I |
- il nome della causa per quell’oggetto - contenente per contenuto - materia per l’oggetto - del simbolo per la cosa designata - del luogo d’origine per la cosa prodotta |
|
|
I |
- astratto per il concretto |
|
|
I |
|
Il nostro prossimo obiettivo sarà quello di
porre in evidenza come gli aspetti metonimici, l’asse della contiguità, la
sintagmaticità, siano di cruciale importanza non soltanto del linguaggio
corrente ma nei suoi disturbi e nella sua acquisizione originaria.
Nell’acquisizione del linguaggio infantile
(A.1.2. e A.1.3.), che non è un semplice “acte de parole” ma si riferisce ad
una “langue” comparata, è da riscontrare che dopo i naturali fenomeni di
“lallazione”, il vero passo in avanti nell’uso del linguaggio è, ad esempio la
sommatoria della coppia di fonemi /m/ e /a/ per designare il volto materno.
Tale fenomeno sintagmatico ha una valenza enormemente superiore al fenomeno
degli indistinti benché ricchi sintagmi esplorativi delle possibilità fonetiche
/nghe/, /tè/, /pa/, /kiè/ etc. (cfr. A.1.2.)
Non solo da un punto di vista psicologico,
si passa ad una esteriorizzazione dell’io, con l’inizio di quella che potremmo
definire “vita di relazione”, ma il sintagma espresso inizia a presentarsi in
unità fonologiche differenziali che selezionando “in absentia” e “in
praesentia”, creano un primo idioletto non estraneo al codice e la prima base
dell’asse della contiguità.
Sempre in senso metonimico, inoltre, c’è la
trasformazione, di puri sintagmi fonetici in veri e propri fenomeni nell’asse
della selezione e della contiguità. Dal nostro punto di vista però, finché
l’idioletto espresso non si “avvicina” al codice, è l’asse della contiguità, la
metonimia, che guidano l’apprendimento e la sua evoluzione attraverso il
metalinguaggio metonimico.
Dalla costituzione della prima catena
fonematica alla costruzione del proprio linguaggio personale, non c’è soluzione
di continuità o punti d’arresto, almeno in un parlante normale.
Meglio, gli eventuali punti di arresto o regressioni
sono le afasie e anch’esse interessano marginalmente il codice; ricordando la
partita a scacchi di Soussuriana memoria, usata per spiegare la differenza tra
“langue” e “acte de parole”: è come se l’afasico abbia perso il senso e le
regole della scacchiera e i suoi atti manifestino anche l’ignoranza dei
movimenti dei singoli pezzi, casomai fino al punto da rovesciarli anziché
manovrarli. Dimostreremo in questa prospettiva che i fenomeni afasici hanno
poco a che fare con la comunicazione intra (metafora), e interessano
soprattutto la comunicazione infra (metonimia).
Porteremo alcuni esempi raccolti sul campo,
ovvero raccolti dal sottoscritto o riportati da persona nominata, tralasciando
i nomi e le situazioni per questioni di riservatezza.
Una donna di circa 50 anni a tavola ha avuto
una uscita che ha sorpreso gli astanti: “per favore passatemi l’ombrello”;
all’eventuale replica su che cosa voglia esattamente, risponderebbe: “si… ma
quanto ci vuole a passarmi quell’ombrello”. Nonostante il tempo necessario a
ripensare su ciò che avesse detto, la perdita del contesto e della parola
principale: il soggetto, non c’era stata la capacità di uscire da sola
dall’enpasse. I presenti dopo molto tempo invenivano a capire, per i gesti
soprattutto, che ciò che veniva richiesto era una bottiglia.
E’ evidente il carattere della afasia
metonimica. Tra l’ombrello e la bottiglia non c’è nessun sema diretto che possa
giustificare il passaggio da semema a semema. Mentre lo scacciacqua e la
bottiglia sono sema e semema dell’altro, in quanto “contenenti” - “contenuti”
dell’acqua.
In un’altra occasione la signora chiese al
figlio di “togliere i piatti dalla lavatrice” per apparecchiare.
Quanto abbiamo detto per ombrello e
bottiglia potrebbe essere ripetuto per scolapiatti e lavatrice invertendo i
termini della questione.
Da ultimo, in occasione di un Carnevale la
medesima signora vedendo un piccolo cane ha esclamato candidamente in
logudorese:
-
Tè
cane cussu ‘attu, unu sorighe parede,
che tradotto
significa: che cane quel gatto! Sembra un topo.
Ma se la frase fosse stata incerta sul
gatto, sarebbe stato un prezioso esempio di chiasmo a sei elementi non privo di
spirito e fantasia.
Essendo stata espressa alla vista di un
piccolo cane c’è stato uno spostamento tra un sintagma esclamativo e il
soggetto, manifestando forse nella fretta la rottura dell’asse della metonimia.
Cambiando il soggetto afasico, ci
soffermiamo su di una donna di circa 60 anni affetta da ischemia temporanea con
un grave disturbo di perdita del contesto, che chiamava tutti i membri della
sua famiglia con un solo nome: quello del padre defunto. Anche qui è evidente
la struttura metonimica, anzi, sineddochica del fenomeno afasico. (la parte per
il tutto).
Andando avanti riportiamo di una vecchia di
quasi 70 anni affetta dal morbo di Alzaimer, ormai priva di qualsiasi
interazione con il mondo esterno. L’afasica se sollecitata opportunamente con
sorrisi e carezze, ripeteva a memoria frammenti di filastrocche infantili:
cinque, asino cotto; sette, biscotto etc. In questo grave morbo l’afasia
raggiunge forme totalizzanti ma alcuni sintagmi dell’asse della contiguità, nel
nostro caso, sono sopravissuti quasi sino al decesso della paziente.
Sempre in prima persona ho registrato in una
parente di circa 75 anni, convalescente da un periodo di assenza, innestato da
una caduta, una serie interessante di forme metonimiche. La sera infatti,
ripeteva spesso: “manoi siamo a Milano, a Montecatini, a Cagliari, a Lugano
etc., con una perdita della spazialità che niente ha a che fare con il codice
ma con l’asse sintagmatico. In un periodo successivo, quando con una
progressiva seppur lenta guarigione, le frasi sono divenute più articolate,
hanno mostrato una continuazione della preferenza per il sintagma. Un esempio
per gli altri: “Montecatini, è ora di cena, è ora di andare a letto”. Lo spazio
tempo mancante viene ricompattato dalla sequenza metonimica dell’eloquio.
Il
medico psichiatra di un reparto di psichiatria mi ha raccontato che moltissime
donne ivi ricoverate asserivano a più riprese di essere la Madonna. Si potrebbe
in prima analisi pensare, soprattutto alla enorme significanza che il semema
Madonna ha in ambito Cattolico e laico e liquidare il fenomeno come un caso
d’isteria o simili, ma a ben guardare la metonimia donna-Madonna, permea di sé
il disturbo.
Con gli esempi precedenti, si è voluto, in
modo sintetico e circoscritto, mettere in luce la obiettiva e focale importanza
nei fenomeni afasici di alcuni aspetti: dal fonema alle catene sintagmatiche,
dagli idioletti alla “langue”, dalla sua trasformazione incessante alla storia
della lingua, che è la storia di ciascuno di noi. Tutto ciò nel quadro che la
più accorta linguistica pone all’analisi letteraria, all’asse della contiguità,
alla diacronia, alla sintagmaticità: un progetto mai messo da parte e sempre
riproposto, ma mai portato ai livelli di una giusta considerazione.
|
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I formalisti russi, Torino, einaudi, 1968 |
|
AA.VV.
Letteratura e strutturalismo (a cura di C. Rosiello), Bologna, Zanichelli,
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75 |
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LOTMAN
M. JURJ, La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1972, p. 61 e segg. |
[1]
NOAM CHOMSKY, ENCICLOPEDIA EINAUDI p. 383
[2] ERASMO DA ROTTERDAM, MURSIA p. 177
[3] SIGMUND FREUD, NEW COMPTON ED., 75 e segg.
[4] FAUSTO CURI, EINAUDI p. 251
[5]
JUDIT HOOPER – DICK TERESI – CDE 1978
[6] ibidem p. 74
[7] FERDINAND E SOUSSURE, 1994 p. 77
[8] cfr. Bibliografia Generale
[9]
ROMAN JAKOBSON - 1960
[10]
idem 1962
[11] in GIULIO C. LEPSCHY, p. 125 e segg. Per traduzioni e bibliografia.
[12] Per la griglia dell’italiano ibidem, p. 143
[13] ROMAN JAKOBSON – Saggi di linguistica generale, Feltrinelli 4^ ed. 1992 p. 22 segg.
[14] FERDINAND DE SOUSSURE – Corse de linguistique génerale, a Parigi, 1955, p. 68 e segg.
[15] K. GOLDSTEIN – Language and disturbances, New York, 1954
[16] JACOBSON – ibidem, p. 27
[17]
C.S. PIERCE – Collected Papers II-IV, Cambridge (Mass.), 1934
[18] I Formalisti Russi, la Scuola di Vienna e il M.I.T.
[19] Tralasciamo ai nostri fini la discussione sulla ineludibilità della seconda figura retorica nella prima, tenendo in buon conto che in campo semantico le differenze esistono: rimandiamo a UMBERTO ECO – Trattato di semiotica generale, BOMPIANI, 1975
[20] Id. p. 352 e segg.
[21] Id. p. 137 e segg.
[22] G. DEVOTO – G.C. OLI, 1995